Ecco come le banche distruggono le famiglie: un esempio pratico

“LA BANCA MI HA RUBATO LA CASA. HA VENDUTO ALL’ASTA PER 30 MILA EURO LA MIA CASA DEL VALORE DI 300 MILA EURO. SE NON È STROZZINAGGIO CHE COS’È?

IMG_20150209_104956-736x1024È recente l’indignazione provocata nell’opinione pubblica dallo sfratto dalla famiglia Spanu di Arborea. Quella vicenda, purtroppo, in Sardegna non è l’unica. L’ultimo episodio è accaduto a Macomer, dove Maria Citzia, vedova di 72 anni, il 29 gennaio ha ricevuto il diktat dall’Istituto vendite giudiziarie: fuori di casa entro dieci giorni.  Perché quella casa ora ha un altro proprietario, che se l’è aggiudicata all’asta per 30mila euro. Un ‘eccellente’ affare, visto che vale dieci volte tanto.

La storia. Maria Citzia era una imprenditrice molto attiva negli anni Ottanta e Novanta. Titolare di un negozio di calzature, insieme al marito Giovannino Cossu – che invece aveva un negozio di mobili – lavorava e guadagnava bene. I problemi con le banche iniziano a causa di due circostanze sfortunate: prima un incidente stradale, poi l’incendio doloso di un’attività sotto casa loro (andò bruciato il magazzino e con esso la merce che si trovava lì, per un valore di 50 milioni di lire).

“Dopo quell’incendio ci siamo trovati sulla strada da un momento all’altro. Ci hanno messo un giorno intero per spegnere le fiamme”, racconta Citzia, ripercorrendo le tappe della sua storia, angosciata per la paura di perdere tutto. “Dopo l’incidente ci siamo trovati in difficoltà e abbiamo fatto un mutuo fondiario col Banco di Napoli. I danni alla casa sono stati stimati in circa 100 milioni di lire e ci siamo accordati per farci pagare 94 milioni. Il problema è che la banca ha incassato una parte considerevole di quella cifra: 70 milioni e 700mila lire. Speravamo che il’istituto, a quel punto, detraesse quella cifra dal mutuo, ma non è successo. Avevamo già pagato 148 milioni dei 200 che dovevamo alla banca”. I guai più grandi però iniziano con la Banca Commerciale, spiega la donna, alla quale doveva circa 30 milioni. Gli affari andavano bene e pensava di estinguere il debito in poco tempo e chiudere il conto. Ma ci furono problemi con un funzionario di allora, spiega.

“Lo conoscevo fin dalla giovinezza – racconta -. Il giorno dell’incendio fu lui a presentarsi da noi, mandandoci le lettere per rientrare nei fidi. Ma non eravamo nella condizione di farlo. Insistette per un’ipoteca sul negozio di mio marito, che al tempo era valutato più di un miliardo e duecento milioni. Il negozio era stato aperto grazie a un prestito del Cis: il funzionario insisteva sull’ipoteca, cosa però impossibile per via del fatto che ci fosse la banca di mezzo”. A quel punto, prosegue la signora, lui propose di vendere il negozio, ma dalla vendita la coppia avrebbe potuto ricavare solo una parte del suo valore. Da qui la decisione di rifiutarsi di vendere solo a un terzo del valore di mercato, con l’aggiunta di perdere l’attività – che fino a quel momento era stata abbastanza redditizia. “Così ha messo l’ipoteca giudiziaria su tutto il nostro patrimonio”, racconta Citzia con un filo di voce.

“Non solo: anche su quello di mio padre e di mia madre. Insomma, ha bloccato tutto”. A quel punto le altre banche si son dovute accodare. “Il Banco di Sardegna ha cercato di venirci incontro dopo l’incendio, con un extra fido garantito. Dopo l’ipoteca ci hanno chiamati e le loro parole sono state: ‘Che cosa avete fatto a questo funzionario perché vi faccia una cosa del genere?’. Da quel momento è finita la nostra vita”.

Le aziende non fornivano più la merce e la coppia avrebbe dovuto pagare in contatti. Ma il negozio non avrebbe potuto sostenere un sistema di pagamento simile perché poteva capitare che i clienti pagassero a rate, oppure attraverso cambiali. Il risultato fu che il negozio del marito smise di lavorare. “Ho cercato di far fronte alle spese con l’altro negozio finché ho potuto, ma poi non è stato più possibile. Dopo l’incendio la casa era stata valutata300mila euro, ora è stata messa all’asta dal Banco di Sardegna, tramite l’Ivg, per 30mila euro. I miei figli sono emigrati in cerca di lavoro”. L’acquirente della casa è un abitante di Macomer, Tinuccio Atzori, titolare di una ditta di pompe funebri. “L’unica soluzione sarebbe che lui rinunciasse all’acquisto”, dice la signora. “E magari recuperare la somma grazie a una rete di solidarietà”.

La solidarietà. I concittadini, del resto, hanno organizzato un piccolo presidio davanti alla casa della signora in segno di affetto e attenzione nei confronti della sua vicenda. “Sta accandendo una cosa immonda”, dice Gianni Cossu, a nome degli altri cittadini presenti al presidio. “Lo Stato non può far finta di niente e girare la faccia dall’altra parte. Lavorare oggi è una vera lotta impari. I nemici sono tanti: lo Stato, la Regione, il Comune, Equitalia, la pressione fiscale. Alla fine il cittadino si ritrova in mezzo e non sa più contro chi deve combattere. È un gioco al torello. Ma qui parliamo della vita delle persone. E c’è gente che si è impiccata”.

Sono circa duecento le case all’asta solo a Macomer, abitazioni o locali adibiti ad esercizi commerciali. Sessanta solo negli ultimi tre mesi. “Vogliamo creare una vera rete di solidarietà – prosegue Cossu -. Da soli si muore. Pensate che ci sono 200 padri di famiglia a Macomer che stanno vivendo questa identica situazione e sono bloccati. Per mancanza di coraggio, per pudore, per amor proprio. Non hanno ormai neanche la forza di chiedere aiuto. Ma i mezzi per superare i problemi ci sono tutti”. Il rappresentante dei cittadini di Macomer che si sono mobilitati per la signora Citzia si chiede, ad esempio, come sia possibile che una struttura dal valore di 300mila euro possa essere venduta all’asta per 30mila. “E inoltre il debito rimane – prosegue -. Perché una volta venduta la casa, il debito sarà di 270mila euro. Così c’è un danno doppio: stanno togliendo la possibilità alla persona debole di pagare il debito e pure la casa. È accanimento”.

Nel 2014 Macomer è stata inserita tra i 18 comuni sardi “ad alta tensione abitativa”. “A ottobre è stato predisposto dal Consiglio regionale un bando con fondi nazionali – spiega il dottor Mariani, dell’Ufficio Patronato del Comune – per l’emergenza sfratti sugli affittuari. Non uno però sui proprietari degli immobili. Questo vuol dire che i casi come quello della signora Maria non erano contemplati. I termini di novembre erano anche molto stretti e occorreva essere in presenza di uno sfratto esecutivo. In sostanza tutti coloro che hanno fatto richiesta per accedere a questo fondo quest’anno non sono risultati idonei”.

“Questo è un caso di grande rilevanza sociale, ma ci trova impotenti”, dice il sindaco di Macomer, Antonio Succu.“Ci dispiace molto sul piano umano, ma la legge non ci permette spazi di intervento. Ci sono dei fondi e una graduatoria per l’edilizia pubblica e residenziale. Stiamo pensando di destinare un immobile, l’ex casa giudiziaria, a questo tipo di emergenze, sempre attraverso la graduatoria. Solo che occorre fare le graduatorie frequentemente, altrimenti non si riesce a dare risposte alle povertà emergenti. Dovremmo predisporre un bando per l’edilizia popolare”.

Davide Fara

Fonte: Sardinia Post

DA: hmovimentobaseitalia

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