Attacchi kamikaze in Iraq e Pakistan: un bagno di sangue

Due attacchi kamikaze, a distanza di un giorno l’uno dall’altro, hanno fatto una carneficina in Pakistan e Iraq

Venerdì 25 Marzo a Iskandariyah, in Iraq, un kamikaze risultato poi minorenne si è fatto esplodere allo stadio: il bilancio è di 41 morti e oltre 100 feriti. L’attacco è stato rivendicato dall’ISIS (Vedi su tgcom24)

Domenica 27 Marzo, giorno di Pasqua. Un kamikaze è saltato in aria all’ingresso di un parco pubblico di Lahore, in Pakistan, luogo di ritrovo domenicale per molte famiglie, particolarmente affollato per i festeggiamenti pasquali. L’attacco ha  provocato 69 morti (e il bilancio è provvisorio) e circa 300 feriti, tra cui molte donne e bambini. La maggioranza delle persone coinvolte sono di religione cristiana. L’attentatore sarebbe legato ad un gruppo di talebani pachistani. (vedi su La Stampa)

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Come facevo notare in un precedente articolo, il numero degli attacchi suicidi negli ultimi anni è notevolmente aumentato, un trend che sembra destinato ad aumentare ulteriormente, se consideriamo che i gruppi islamisti negli ultimi anni si sono consolidati e rinforzati, e sono attivi anche in nazioni, come l’Egitto, dove fino a pochi anni fa la situazione era assolutamente tranquilla, tanto che ogni anno vi si recavano centinaia di migliaia di turisti, in particolare a Sharm El Sheikh e Marsa Alam, dove si concentravano decine di complessi turistici.Se in medioriente gli attacchi kamikaze sono una costante da decenni, il rischio concreto è che ora la mattanza si sposti in Europa. La situazione è molto tesa, dopo i recenti attentati. E il rischio che la situazione possa degenerare, appare ahimé molto concreto.Da una parte, l’ISIS. Che controlla tutt’oggi un’ampia porzione della Siria e dell’Iraq. Si sono impadroniti delle armi che gli USA avevano fornito all’esercito iracheno, hanno saccheggiato banche, gioiellerie, controllano giacimenti di gas e pozzi petroliferi, raffinerie, e riescono a mantenere un esercito di circa 60.000 uomini, numero degno dell’esercito di una nazione. E in effetti, pur senza riconoscimento, ISIS si comporta come uno stato, con il controllo capillare dei territori conquistati, l’imposizione delle proprie leggi e uno stato sociale.Dall’altra, un occidente sempre più xenofobo, intollerante, spaventato e diffidente nei confronti del mondo islamico. Nell’estate del 2014 è entrato in scena il “califfato”, e da quel momento siamo stati “bombardati” da video di esecuzioni, minacce e barbarie di ogni genere, alternate agli attentati in Francia e Belgio.
I musulmani nel mondo sono 1 miliardo e 800 milioni (dato Wikipedia) e fortunatamente solo una esiguissima minoranza sono “fondamentalisti” pronti alla “guerra santa”. Ma gli effetti della propaganda, sommati agli imponenti flussi migratori degli ultimi anni, hanno fatto emergere l’intolleranza, la diffidenza. Non deve essere facile, di questi tempi, la vita dei musulmani, in paesi come Francia e Belgio, dove c’è un forte clima di sospetto. Un clima come quello che si è venuto a creare, non può che agevolare il terrorismo. L’esclusione sociale, la miseria, la rabbia nei confronti dell’occidente per le guerre, per le vicende come la strage nascosta di Falluja, o quella delle torture disumane avvenute ad Abu Ghraib, sono fattori che contribuiscono sicuramente alla “radicalizzazione” dei giovani islamici. Per capirlo, basta leggere le esternazioni dei giovani jhadisti, tra cui il giovane italiano Giuliano Delnevo, convertitosi all’islam e divenuto “fondamentalista“, accecato dalla propaganda, si è recato in Siria per combattere, lasciandoci la pelle. La strada intrapresa, è quella dello scontro di religioni. E non si tratta di un confronto tra nazioni, visto che di islamici ormai è piena l’Europa, oltre al fatto che secondo fonti di intelligence, alcune centinaia di jhadisti sarebbero entrati in Europa confondendosi tra i profughi.Le autorità rassicurano, dispiegano gli eserciti nelle strade, ma la verità è che prevenire attacchi terroristici, ed in particolare i kamikaze, è molto difficile, quasi impossibile, e il fatto che il ricercato numero uno per i fatti di Parigi abbia trascorso 4 mesi di latitanza nel quartiere Molenbeek, che è il più “attenzionato” in una Bruxelles blindata, ne è la dimostrazione. Presidiare gli “obiettivi sensibili” è un atto dovuto, ma come scongiurare che qualcuno si faccia saltare in aria in metropolitana, come accaduto a Bruxelles, o nelle aree degli aeroporti dove non ci sono controlli con metal detector? L’unica soluzione di buon senso, sarebbe aiutare seriamente gli eserciti di Siria e Iraq a scacciare l’ISIS e fare riprendere ai rispettivi governi il possesso dei territori oggi controllati dagli jhadisti. Un intervento occidentale diretto è da evitare, ma con il giusto supporto l’esercito siriano e quello iracheno, eventualmente sostenuti da altri paesi islamici dell’area, scaccerebbero ISIS facilmente. Lo hanno dimostrato i raid russi, che in poche settimane hanno respinto ISIS da ampie porzioni di territorio ed eliminato numerosi miliziani. Però non sembra che ci sia la volontà di “spodestare” il califfato, che in questo modo si rinforza di giorno in giorno, ed essendosi strutturato in modo simile a quella di una nazione, riesce ad esercjtare un macabro fascino nei confronti di alcuni individui.La propaganda dell’ISIS e l’atteggiamento ostile diffuso in occidente, spingono verso la radicalizzazione sempre più persone.veritanwo

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